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Posted by on Nov 26, 2015 in Ambiente, Geologia, Global Warming, Paleontologia |

Tropici alle Svalbard, roba da paleontologi

Foresta Fossile alle Svalbard

Che la Terra abbia subito e subirà grandi cambiamenti è ormai noto non solo agli addetti al mestiere, ma anche a tutti quelli che hanno un po di curiosità per il mondo scientifico. Clima e Global Warming sono infatti temi di cui i media hanno parlato tanto, anche se ora non sembrano andare più di moda. Ma quello che voglio raccontarvi oggi è la scoperta di alcuni paleontologi britannici, che forse un sorriso riuscirà a strappare a quelle persone che, come me,  camminando in montagna “incontrano un pezzo di oceano o una spiaggia”, lì a 2000 metri, tra capre e mucche, e cercano di condividere l’emozione con i compagni di viaggio.

“Qui” non siamo a 2000 metri, ma siamo alle Svalbard, arcipelago a cavallo tra il Mare di Barents e il Mare della Groenlandia, ai piedi del Circolo Polare Artico. Temperature che oscillano dai 5-6 °C di estate e i -40°C di inverno e 2.625 abitanti (fonte Wikipedia) amministrato da un governatore che esercita una timida forma di autogoverno. Un “freddo becco” come si suol dire, ma non fu sempre così: il team di paleontologi guidato da Dr Chris Berry della Cardiff University e dal Prof. John Marshall della University of Southampton ha infatti recentemente scoperto una foresta fossile risalente a 380 milioni di anni fa, fatta di specie da clima equatoriale (Lycopsida), che raggiungevano circa i 4 metri di altezza.

In un contesto globale caratterizzato da un periodo di transizione tra la comparsa delle prime piante e l’agglomerazione di vere e proprie foreste, nel Medio-Alto Devoniano il paesaggio e il clima delle Svalbard era quindi profondamente differente dall’attuale, ma non solo: stava vivendo un episodio chiave per il processo di “terrestrializzazione” e di evoluzione dell’atmosfera del pianeta. Durante il Devoniano ci fu infatti una drastica riduzione dei livelli di anidride carbonica, che passarono da valori circa 15 volte superiori all’attuale a valori simili a quelli misurabili ai giorni nostri. La causa più probabile di questo drastico calo è attribuibile proprio all’evoluzione della vegetazione, che passò da dimensioni arbustiformi a  dimensioni sempre maggiori: le piante  sono infatti in grado di assorbire anidride carbonica sia attraverso la fotosintesi, per costruire i loro tessuti, sia attraverso il processo di formazione dei suoli.

Per la serie “la storia insegna”, forse anziché preoccuparci del “temibile” Global Warming, sarebbe utile prendere spunto da come la natura stessa ha agito in passato e calibrare di conseguenza le scelte per quella “lotta alla CO2” che l’uomo sembra avere intrapreso da un decennio a questa parte.

Image Credit: Christopher M. Berry / John E.A. Marshall, Sci-News.com