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Posted by on Ott 12, 2015 in Geologia, Marte, Spazio |

Acqua su Marte: l’importanza della scoperta

Acqua su Marte

Il 28 settembre la notizia: trovata acqua su Marte allo stato liquido. La scoperta viene dal MRO (Mars Reconnaissance Orbiter) della NASA che grazie a sofisticate analisi spettrometriche ha identificato la presenza di sali idrati sulla superficie marziana del Cratere Garni, fornendo la prova scientifica di quanto da tempo ipotizzato.

I sali idrati sono stati identificati all’interno di particolari strisce scure, denominate dai ricercatori “RSL” (Recurring Slope Linear), che furono già identificate in passato dai ricercatori e correlate ad una probabile presenza di acqua allo stato liquido.

Le RSL si originano in primavera sui pendii di alcuni crateri, crescono in ampiezza in estate e poi spariscono gradualmente. I sali idrati al loro interno sono una sorta di miscuglio di perclorato di magnesio, clorato di magnesio, perclorato di sodio e acqua.

Ma come fa l’acqua a rimanere liquida alle fredde temperature marziane? Il segreto sta tutto nella chimica: le caratteristiche dei sali sono tali da abbassare il punto di congelamento, consentendo all’acqua di restare allo stato liquido fino a temperature di circa – 70 °C, in un processo chimico-fisico del tutto analogo a quello che avviene sulla Terra quando d’inverno “si butta il sale sulle strade”.

Il “fenomeno” avviene però soltanto durante l’estate marziana (circa -23° C) e in determinate condizioni, in mancanza delle quali i sali risultano anidri. L’idratazione è stata rilevata infatti solo nei periodi in cui le RSL divengono particolarmente ampie, il che suggerisce che la fonte di idratazione derivi dalle stesse RSL o dal processo che le genera, ancora sconosciuto, che si innesca in primavera.

La presenza di acqua liquida su Marte, anche se salmastra o salata, ha molte implicazioni. Dove c’è acqua ci possono essere forme di vita, le prime forme di vita extraterrestri che l’uomo potrebbe studiare e analizzare per comprendere le dinamiche che le hanno generate e fatte sopravvivere in quelle condizioni estreme. Ma “non è tutto oro quello che luccica”,  alle porte della curiosità c’è il rischio di contaminazione: un approccio diretto con prelievo e analisi di campioni sarebbe infatti già possibile (il rover Curiosity dista solo 50 km dalle probabili “aree vive”), ma l’avvicinamento rischierebbe di contaminare l’area, mandando all’aria decenni di ricerca.

Prima di lasciarsi tentare da questo tipo di studi occorrerà quindi attendere lo sviluppo di nuove metodologie di indagine indiretta e nuove procedure di sterilizzazione, che andranno studiate all’uopo per i moduli da inviare nelle future missioni marziane.

Credits:

Guy Webster / DC Agle – Jet Propulsion Laboratory, Pasadena, Calif.

Dwayne Brown / Laurie Cantillo – NASA Headquarters, Washington

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